IA in psicoterapia: quando la tecnica dimentica l’essere

Introduzione: la domanda critica sulla tecnica

La diffusione dell’intelligenza artificiale in ambito psicoterapeutico pone una questione filosofica urgente che Heidegger, nella sua riflessione sulla tecnica e il Gestell, aveva anticipato con straordinaria lucidità. Non si tratta semplicemente di chiedersi se un chatbot possa “fare la terapia”, bensì di comprendere come la tecnica moderna, intesa come Gestell (imposizione), trasforma il nostro rapporto con l’essenza stessa della cura umana e della relazione terapeutica. La fenomenologia della tecnica diviene così una lente ermeneutica indispensabile per leggere i rischi dell’automazione in salute mentale.


Gestell e il pericolo della provocazione tecnica

Heidegger sostiene che l’essenza della tecnica non è nulla di tecnico, ma una provocazione che trasforma il mondo in “fondo disponibile”—ciò che chiama Bestand (standing-reserve). La tecnica moderna come Gestell non rivela semplicemente il reale, bensì lo riduce a risorsa da ordinare, calcolare, ottimizzare senza fine.

Quando l’IA entra in psicoterapia e si presenta come “supporto” o ancor peggio come sostituto del terapeuta, opera esattamente questa provocazione: riduce la persona sofferente a dato processabile, il dialogo terapeutico a algoritmo, il riconoscimento emotivo a pattern classificabile.[5][4] Il terapeuta umano, nel Gestell digitale, diviene lui stesso “fondo disponibile”—una funzione da automatizzare, un costo da ridurre.


Fenomenologia versus automazione: l’epochè non è calcolo

La fenomenologia di Husserl propone l’epochè—la sospensione della visione ingenua del mondo—per accedere all’intenzionalità della coscienza e alle essenze dei fenomeni.[6][7] In psicoterapia fenomenologica, ciò significa che il terapeuta, attraverso l’immedesimazione empatica e il contatto autentico, accede ai vissuti del paziente nel loro significato originario.

L’IA, per contro, non esercita epochè: calcola, estrae features, produce risposte plausibili senza mai “stare con” l’altro, senza mai esporre se stessa al mistero dell’alterità.[8][6] La fenomenologia clinica—quella che rimanda a Merleau-Ponty e al corpo vissuto, a Heidegger e alle “cose stesse”—richiede un “rallentamento” fenomenologico, una pausa dal fare tecnico per un ascolto incarnato.

I chatbot accelerano, razionalizzano, standardizzano proprio dove la cura ha bisogno di deceleration e di singolarità ineguagliabile della situazione umana.


Il pericolo dell’obiettivazione: quando il paziente diviene “risorsa”

Heidegger descrive il passaggio dall’oggetto (als Objekt) al “nulla-oggettuale” del Gestell: nella tecnica moderna, l’oggetto non è più visto in quanto tale, bensì come “fondo” calcolabile e disponibile.[5][4] Applicato al contesto psicoterapeutico, ciò significa che il paziente—e la sua sofferenza—rischiano di scomparire dietro il velo dell’algoritmo.

Quando un’IA categorizza una crisi suicidaria attraverso indicatori predittivi, oppure “personalizza” risposte terapeutiche mediante machine learning su corpus di terapie pregresse, avviene un’oggettivazione paradossale: la persona si riduce a variabile, il suo dolore unico a istanza di una classe generale.[9][10] In questo movimento, il “che cosa” della sofferenza (il suo significato esistenziale) scompare a favore del “che quanti” (la sua quantificazione).

Tale fenomeno, per Arciero e Liccione, tradisce l’essenza stessa della scienza della persona, che deve restare fedele alla singolarità narrativa e incarnata di ciascuno, non alla sua riduzione a parametri.[11][12] Il Gestell psicoterapeutico trasforma il soggetto in oggetto-fondo, perdendo la “bellezza emergente dell’incontro” (Spagnuolo Lobb) che fonda la cura autentica.


Arciero, Liccione e la persona irriducibile

Giampiero Arciero, in dialogo con le scienze cognitive e la fenomenologia, propone che il sé emerga come identità e stili di personalità inscindibilmente legati a una trama narrativa, emozionale e relazionale che nessun algoritmo può riconfigurare senza annichilire.[11][13] Davide Liccione sviluppa una psicoterapia cognitiva neuropsicologica a orientamento fenomenologico-ermeneutico, sottolineando che la comprensione clinica unisce corpo, storia e progettualità in un orizzonte non riducibile a meccanica neurale o a automatismi.[12][14]

Qui risiede il contrasto critico con il Gestell digitale: mentre Arciero e Liccione preservano l’eccedenza della persona rispetto ai suoi determinanti biologici e sociali, l’IA tende a cancellarla, dissolvendo il soggetto nella rete inferenziale. La tecnica moderna promette “personalizzazione” (algorithmic personalization), ma realizza impersonalità radicale, poiché nessuna relazione autentica può scaturire da una macchina che simula comprensione senza viverla nel corpo e nella storia.


Tra il pericolo e la salvezza: il ruolo della consapevolezza critica

Heidegger non propone una fuga dalla tecnica, bensì una consapevolezza lucida: il Gestell nasconde il fatto che è un “disvelamento” (un modo di manifestazione storicamente determinato), celando così altre possibilità di relazione con l’essere.[5][15] Solo quando riconosciamo la tecnica come visione del mondo—e non come realtà neutra—possiamo affrancarci parzialmente dal suo sortilegio.

Nel contesto psicoterapeutico, ciò equivale a dire: l’IA può essere uno strumento amministrativo, mai un sostituto della relazione di cura. Un chatbot può aiutare con psicoeducazione, triage iniziale, ricerca informativa; ma non può intraprendere la vulnerabilità dell’incontro terapeutico autentico, dove terapeuta e paziente si espongono al rischio della comprensione reciproca e del cambiamento.[16][17]

La consapevolezza fenomenologica consente di usare la tecnica senza essere totalmente usati da essa. Per il terapeuta, ciò significa:

  • Riconoscere il Gestell: vedere chiaramente come l’efficienza, la velocità e la scalabilità dell’IA seducono chi gestisce sistemi sanitari, ma tradiscono l’essenza non-calcolabile della cura.
  • Proteggere lo spazio fenomenologico: mantenere sedute a contatto diretto, senza mediation algoritmica, dove l’ascolto incarnato prevale sul dato quantificabile.
  • Educare criticamente: informare pazienti e colleghi che “supporto IA” non è “psicoterapia”, e che la confusione tra i due comporta rischi etici e clinici non trascurabili.


Linee guida europee e protezione dalla riduzione

L’EU AI Act, entrato in vigore nel 2024, classifica molti sistemi IA in ambito sanitario come “ad alto rischio”,[18] richiedendo trasparenza, governance, supervisione umana e gestione rigida dei dati personali.[19] Queste normative riflettono una consapevolezza istituzionale che il Gestell digitale non può essere del tutto libero, ma deve essere contenuto da vincoli etici e legali.

Tuttavia, la normativa da sola non basta: occorre una consapevolezza fenomenologica diffusa fra clinici, pazienti e decisori. La domanda heideggeriana—”Che cosa accade al nostro essere quando la tecnica diviene il modo dominante di disvelamento?”—deve divenire quotidiana nella prassi clinica.


Conclusione: abitare il conflitto

La presenza di intelligenza artificiale in ambito psicoterapeutico non è neutra. Essa introduce una provocazione tecnica (Gestell) che tende a trasformare la cura—evento esistenziale, incontro singolare, narrazione di salvezza personale—in processo standardizzato, dato calcolabile, risorsa ottimizzabile.

La fenomenologia della tecnica di Heidegger non ci chiude alla modernità, ma ci insegna a “abitare il conflitto”: usare gli strumenti tecnologici senza lasciarci totalmente intrappolare nel loro orizzonte di senso. Per il terapeuta fenomenologicamente consapevole, ciò significa:

  1. Mai confondere supporto IA con cura: l’automazione amministrativa non è sostituzione della relazione.
  2. Coltivare l’ascolto incarnato: mantenere quello spazio dove l’altro—nella sua singolarità, sofferenza e libertà—non è riducibile a categoria o parametro.
  3. Educare alla critica: trasmettere ai pazienti e ai colleghi che il Gestell digitale è una “provocazione” storica, non un destino ineluttabile.
  4. Restare fedeli alla persona: Arciero e Liccione ci ricordano che la scienza della persona non può soccombere alla scienza del calcolo.

Solo così la tecnica resta strumento, e il terapeuta—e il paziente—rimane soggetto, portatore di quella libertà e dignità che nessun algoritmo, per quanto sofisticato, potrà mai appropriarsi completamente.


Citazioni:
[1] Heidegger, Martin – L’essenza della tecnica https://www.skuola.net/filosofia-moderna/heidegger-essenza-tecnica.html
[2] Heidegger: la questione della tecnica e l’oblio dell’Essere https://www.scritturanima.it/heidegger-e-la-questione-della-tecnica/
[3] Heidegger e il problema della tecnica https://pilloledistoriaefilosofia.com/2021/04/17/heidegger-e-il-problema-della-tecnica/
4Framing Heidegger’s Philosophy of Technology https://manoftheword.com/wp-content/uploads/2015/12/enframing-heidegger-s-philosophy-of-technology.pdf
[5] Martin Heidegger on Technology https://1000wordphilosophy.com/2025/04/23/heidegger-on-technology/
[6] La Gestalt in pillole: La fenomenologia https://www.gestalt.it/la-gestalt-in-pillole-la-fenomenologia/
[7] Studio del Metodo Fenomenologico-Esistenziale in … https://www.filippofrediani.it/wp-content/uploads/2025/07/TESI-GESTALT.pdf
[8] Definizione Metodo Fenomenologico https://www.gestalt.it/definizione-metodo-fenomenologico-psicologia-psicoterapia/
[9] promesse e rischi dell’AI applicata alla psicologia https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/salute-mentale-promesse-e-rischi-dellai-applicata-alla-psicologia/
[10] OpenAI: ChatGPT non è uno psicologo, rischio privacy e … https://tg24.sky.it/tecnologia/2025/07/29/openai-chatgpt-salute-mentale
[11] Sé, identità e stili di personalità Giampiero Arciero https://www.bollatiboringhieri.it/libri/giampiero-arciero-se-identita-e-stili-di-personalita-9788833958378/
[12] Psicoterapia cognitiva neuropsicologica https://www.bollatiboringhieri.it/libri/davide-liccione-psicoterapia-cognitiva-neuropsicologica-9788833958132/
[13] Sé, identità e stili di personalità di Giampiero Arciero, … https://www.libreriauniversitaria.it/se-identita-stili-personalita-arciero/libro/9788833958378
[14] Modello Teorico – Slop – Scuola Lombarda … https://www.slop.it/modello-teorico/
[15] The Question Concerning Technology https://en.wikipedia.org/wiki/The_Question_Concerning_Technology
[16] Using generic AI chatbots for mental health support https://www.apaservices.org/practice/business/technology/artificial-intelligence-chatbots-therapists
[17] ChatGPT non è il tuo psicoterapeuta (anche se sembra … https://www.istitutobeck.com/beck-news/chatgpt-psicoterapeuta
[18] AI Act enters into force – European Commission https://commission.europa.eu/news-and-media/news/ai-act-enters-force-2024-08-01_en
[19] First EU AI Act guidelines: When is health AI prohibited? – ICT&health https://www.icthealth.org/news/first-eu-ai-act-guidelines-when-is-health-ai-prohibited
[20] DIEGO FUSARO: Heidegger e il Gestell, “l’impianto” della … https://www.youtube.com/watch?v=EjgRxJ_fj9c

In evidenza

Chi è senza pregiudizio scagli la prima pietra

“È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”
Albert Einstein
Seppur a “malincuore” ognuno di noi deve ammettere che, in un modo od in un altro, è soggetto a pregiudizio. Benché verbalmente avversi ad ogni discriminazione, inconsapevolmente nutriamo una qualche forma di diffidenza verso chi è diverso; questo, almeno, è quello che sostengono gli studiosi di Project Implicit, guidati dal professore di psicologia alla University of Washington Anthony G. Greenwald. Il docente, assieme al suo collega Mahzarin R. Banaji, non si è limitato a scrivere il libro “Blindspot: Hidden Biases of Good People” (“Punto cieco: i pregiudizi nascosti delle persone buone”), ma ha anche messo a punto un test chiamato Implicit Association Test (IAT) che già dalla metà degli anni novanta monitora le associazioni di idee tra volti e concetti. Il test si divide in otto sezioni, ciascuna delle quali affronta un tema di pregiudizi: ETÀ, RAZZA, NAZIONALITÀ, GENERE, DISABILITÀ, COLORE DELLA PELLE, PESO ed ORIENTAMENTO SESSUALE.
Lo svolgimento del test, probabilmente, vi ricorderà un videogame anni ‘80. Una volta messi i propri dati ed espresse le proprie preferenze politiche (non proprio aggiornate) e religiose, si passa alla fase dell’associazione dei volti. Per fare un esempio, a sinistra c’è scritto “bene” e a destra “male”; se compare la scritta “gloria” si digiterà il tasto a sinistra, se comparirà “malvagio” quello di destra. Successivamente, nel test, si intervallano le foto e i concetti, con un paio di passaggi che invertono la posizione di bene e male. Il succo è questo: se ci si mette meno tempo ad associare un concetto positivo al bene dopo che si è appena associato un volto con determinate caratteristiche, si avrà una preferenza per le persone con le stesse caratteristiche e viceversa.
Troppo complicato? Qui si può provare il test, ospitato nel sito dell’Università di Harvard (è anche in italiano!!).
Considerando che la popolazione italiana risulta essere la PRIMA in Europa e la 12° nel mondo in quanto a distorsione della realtà (Ricerca pubblicata da IPSOS-MORI), la consapevolezza dell’esistenza dei suddetti pregiudizi potrebbe essere un primo strumento per alleviare le tensioni sociali in atto.
Il test, infatti, sembra confermare che gli “implicit bias” siano tuttora molto presenti.
Uno degli aspetti più curiosi della ricerca è che, anche se i pregiudizi sono maggiori verso le persone di etnia diversa, ci sono anche pregiudizi intra-gruppo. Per intenderci: mentre gli americani bianchi tendono a pregiudizi “impliciti” contro le altre etnie, anche chi appartiene a queste ultime può avere pregiudizi contro il proprio gruppo di appartenenza! (un esempio chiarificatore potrebbe essere l’esponente della Lega Toni Iwobi).
Dobbiamo rassegnarci al PRE-GIUDIZIO?
Fortunatamente no. Diversi approcci possono ridurlo (anche a livello profondo); alcuni metodi prevedono un contatto con le persone che sfidano gli stereotipi o con individui e gruppi nei confronti dei quali abbiamo dei pregiudizi INCONSAPEVOLI.
In un momento così delicato imparare a relazionarsi alle persone e non alle etichette, potrebbe fornirci un ottimo ausilio nella comprensione del mondo, e magari scoprire che l’idea che avevamo era vana ed approssimativa…un pregiudizio per l’appunto. Prima lo capiamo e meglio è!
Dott. La Tosa Raffaele
Psicologo Clinico
Psicoterapeuta